Editoriale dell’ultimo numero di Macché

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Per vincere i fondamentalismi

La tragedia di Charlie Hebdo del 7 gennaio scorso e i successivi attentati che ne sono seguiti hanno riacceso un dibattito sulla sicurezza dei paesi occidentali con una particolare attenzione al contesto del vecchio continente. Nella nostra vecchia Europa, dove abbiamo vissuto il più lungo periodo di pace, pensavamo di poter finalmente archiviare le pagine buie della prima metà del Novecento, con la sola preoccupazione di risolvere la crisi economica che ci attanaglia ormai da diversi anni.

Purtroppo l’attentato di Copenaghen del 14 febbraio ci ha dato il segnale di quanto possa essere fuorviante ritenere questi luttuosi eventi come singoli episodi e non come prodromi di una futura guerra asimmetrica che potremo esser chiamati a combattere entro i nostri confini con persone che spesso parlano la nostra lingua e che sono a tutti gli effetti cittadini europei.

Fino a poco tempo fa leggevamo con raccapriccio gli orrori perpetrati dall’ISIS nel travagliato scacchiere iracheno, ritenendoli tuttavia eventi lontani su scenari incompatibili con la nostra realtà quotidiana. Qualcosa è cambiato improvvisamente col precipitare della situazione in Libia quando ci siamo accorti della facilità con la quale è esportabile il virus di questo pseudo-fondamentalismo e di quanto ormai sia arrivato vicino alle nostre coste. Un piccolo braccio di mare ci separa dalla realtà complessa di un grande continente,dove le condizioni di vita unite alla crescita demografica porteranno a ebollizione le tensioni che oggi viviamo solo nei flussi migratori e nelle tragedie che ogni giorno insanguinano il Mediterraneo. Uno scenario destinato ad aggravarsi nel quale il nostro paese rappresenta geograficamente un facile approdo verso la realtà continentale, una situazione fin troppo palese e tuttavia trattata con colpevole disattenzione dagli altri paesi della Comunità, come testimoniato dalla riluttanza a farsi carico dell’emergenza legata ai flussi migratori.

Oggi che l’esplosiva situazione libica ci pone davanti a un’accelerazione delle problematiche, guardiamo verso la soluzione più semplice e al tempo stesso più complessa dell’opzione militare, che resterà sul campo anche qualora abbia successo l’azione diplomatica per la ricomposizione delle fazioni nate dopo il post Gheddafi.

Una visione di più lunga portata ci dovrebbe far percepire che stiamo cercando di chiudere con un dito la falla che si sta aprendo nella diga oltre la quale ribollono tensioni che ci ostiniamo a voler ignorare. All’origine dei fondamentalismi religiosi, degli scontri tribali, delle manifestazioni d’intolleranza (che vediamo purtroppo anche nella nostra comunità)restano irrisolti i nodi cruciali delle profonde disparità sociali e culturali, dove le prime alimentano le seconde che a loro volta scavano solchi più profondi nelle prime.

La sfida che dovremo affrontare nei tempi lunghi sarà quindi quella di colmare l’insostenibile divario tra chi ha troppo e chi troppo poco, perché questa sarà l’unica vera arma che avremo per difendere la civiltà raggiunta, contribuendo a far crescere quella altrui. Ciò vale sia nel contesto internazionale, dove ormai i confini degli stati diventano sempre più permeabili alle pressioni migratorie, sia su scala nazionale, dove il disagio sociale per un modello economico sempre meno sostenibile rischia di marginalizzare ampie aree di popolazione.

 

Daniele Olschki (segretario del PD Bagno a Ripoli)